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Storie di terra e di rezdore
19/12/2006 - Emanuele Enria - Sloweek
L’incontro tra la provincia di Modena e Slow Food, da cui è nata l’idea di produrre il dvd Storie di terra e di rezdore, era partito fondamentalmente da una scommessa: trovare un modo semplice ed efficace per riappropriarsi di un patrimonio culturale e gastronomico che, chi viveva sul territorio, capiva come stesse definitivamente scomparendo. Anche perché, tutta la generazione nata tra le Due Guerre, o anche prima, è stata testimone di quell’ultima stagione di vita nelle campagne prima del grande boom economico degli anni Cinquanta che ha completamente stravolto il rapporto tra città e campagne, tra agricoltura e industria, tra uomo e ambiente.

L’idea ha preso piede circa un anno fa, con la costituzione di un comitato scientifico che, oltre al fiduciario di Modena Antonio Cherchi ed al governatore Slow Food dell’Emilia Romagna Alberto Fabbri, coinvolgeva alcuni ristoratori simbolo del modenese, tra cui Massimo Bottura, Italo Pedroni e Laura Galli Moranti, e il giornalista Sandro Bellei. Ad ognuno di loro è stato chiesto di suggerire nomi di personaggi da intervistare. Ma, prima di tutto, si è deciso quali prodotti andare ad approfondire: l'uso del frumento tenero in cucina, dalla coltivazione del grano a tutti i diversi pani, la sfoglia, i dolci; il riso, il mais, l’orzo, il farro; in montagna, la castagna, dai castagneti alla sua essiccazione nei metati e la produzione della farina; l'orto, il frutteto, la raccolta spontanea e le conserve; il maiale, dal rito dell'uccisione a tutti i prodotti derivati, con le diverse specificità territoriali; il lambrusco a fermentazione in bottiglia in pianura e collina ed il vino tosco in Appennino; il mosto cotto, dai cultivar ai sughi d'uva, alla saba, al savor fino all'aceto balsamico tradizionale; gli animali da cortile e la cacciagione; il bovino sia da carne che da latte che da lavoro; le pecore in Appennino e la transumanza; i pesci d'acqua dolce, in particolare trota, pesce gatto e rane; infine, tutto il folklore collegato: riti, feste, canti, come quelli delle mondine ed i canti del maggio in Appennino.

A maggio, sono incominciate le riprese: nel giro di quattro mesi sono state intervistate oltre 160 persone tra agricoltori, allevatori, pastori, beccai, casari, cuoche, mondine, pescatori, cantori, sacerdoti, raccoglitori, rezdore (massaie) e artigiani sparsi su tutta l’area della provincia modenese, sia nell’Appennino che sulla collina ed in pianura. Per testimoniare l’urgenza di un’azione come questa basta pensare che alcune delle persone intervistate sono venute a mancare poco dopo: memorabile, per esempio, rimane l’incontro con colui che è stato forse l’ultimo cantore del maggio delle ragazze di Riolunato, Nicolino Nicioli di 80 anni.

Tante sono le storie raccolte, ognuna delle quali racconta qualcosa di quella che è stata l’evoluzione storica più complessiva dell’agricoltura e della gastronomia modenese: quella di Don Merciari, che sulle montagne più povere intorno a Montefiorino, nel dopoguerra, nel tentativo di arginare la fuga verso il nord industriale, insieme agli altri parroci acquistò un trattore che veniva utilizzato collettivamente dai contadini, promosse la costituzione dei primi caseifici ed in parrocchia corsi di agricoltura. In montagna, abbiamo trovato esperienze quasi surreali, come quella di Serradimigni che dopo esser stato emigrante in Canada per 50 anni a fare il taglialegna è tornato a vivere solo fra queste montagne.

Ci rimangono oltre 160 ore di filmato ed un dvd che è stato presentato all’ultimo Salone del Gusto: come ha sottolineato Antonio Cerchi, fiduciario di Modena, oggi il legame con la terra, a parte i tanti anziani che ancora ci vivono, rimane vivo attraverso i suoi piatti e la loro preparazione, tutti documentati e (per chi ha avuto la fortuna di seguire le riprese), assaggiati!


Emanuele Enria è collaboratore di Slow Food Editore e di Slow Food Italia

Foto di Nico Lusoli

 
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