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Ogm volanti
12/12/2008 - Sloweb
Uno studio destinato a rilanciare la polemica sulle contaminazioni da ogm. Ricercatori americani, messicani e olandesi dell’Università nazionale autonoma del Messico (Unam) hanno dimostrato la presenza di geni provenienti da organismi geneticamente modificati tra le coltivazioni di mais criollo (nativo) nello Stato di Oaxaca, nel Sud del Paese centroamericano. Sottolineiamo che in Messico vige una moratoria sugli ogm.

I risultati dello studio riattizzano una polemica scoppiata sette anni fa, quando nel 2001 un controverso articolo apparso sulla rivista Nature, un riassunto di uno studio dell’Università di Berkeley (California), rivelava contaminazioni da mais Roundup Ready e Bt, entrambi di proprietà della Monsanto, nelle coltivazioni tradizionali. Allora ci furono forti pressioni da parte dell’agroindustria, tanto che Nature dovette smentire l’articolo affermando che si trattava di un’analisi poco dettagliata.

Lo studio dell’Unam, coordinato dalla professoressa Alvarez-Buylla, dimostra la presenza di mais ogm in 3 campi sui 23 analizzati a Oaxaca in diversi prelievi dal 2001 al 2004.
«Non ho mai incontrato simili difficoltà nel pubblicare i risultati di uno studio» spiega Alvarez-Buylla. Per esempio, l’Accademia nazionale di scienze Usa aveva rifiutato la ricerca perchè «avrebbe provocato un’attenzione eccessiva dei media sull’argomento e per ragioni politiche legate al tema ambientale». Così adesso si valutano le ricerche scientifiche...

E come ci è arrivato il mais ogm nelle isolate alture messicane? La prima ipotesi è che alcuni contadini abbiano importato illegalmente sementi transgeniche. Ma vi sono forti sospetti anche sulla Pioneer, multinazionale che distribuisce sementi ibridi ai piccoli agricoltori messicani attraverso programmi di aiuti governativi. Alcune analisi infatti evidenziano che partite di semi della Pioneer sono state contaminate da mais transgenico, e che la Monsanto è riuscita ad impedirne l’etichettatura indicante la presenza di ogm.

Gli autori dello studio auspicano maggiori sforzi per preservare le specie native di mais, soprattutto in un Paese come il Messico, riconosciuto centro d’origine del cereale. Ma ciò che preoccupa maggiormente sono i progetti dell’industria farmaceutica, i quali puntano a sfruttare la biomassa del mais e utilizzarla come bioreagente al fine di creare vaccini o anticoagulanti. Alvarez-Buylla spiega: «Visti gli incidenti già verificatisi negli Stati Uniti, nel momento in cui si ha difficoltà a separare questi bioreagenti dagli ogm, si rischia di trasformare il mais contaminato in scarti dell’industria farmaceutica, azzerando la sua vocazione alimentare. E cosa succederà se gli anticoagulanti finiranno nelle tortillas dei messicani?».

Luca Bernardini
l.bernardini@slowfood.it

Fonte :
Le Monde

 
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