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L'Arte e Slow Food
14/09/2009 - Sloweek
Di seguito troverete il primo contributo ufficiale di Raffaele Pinelli, consulente artistico di Slow Food, sintesi del suo intervento tenuto in occasione del convegno per la presentazione del network regionale toscano "Slow Folk", il 28 agosto 2009, presso l'Istituto "E. De Martino" di Sesto Fiorentino (FI). Gli argomenti affrontati sono molteplici: dalla crisi attuale dell'arte e del sistema socio-culturale nazionale, al rapporto tra la musica tradizionale e quel che resta della folk music, auspicando la stesura di un "Manifesto per la tutela e promozione delle arti" targato Slow Food.


Premessa
Considerare, e salvaguardare, l’espressione artistica come peculiarità dell’identità di una determinata cultura, intesa come patrimonio specifico di un popolo, è un dovere quanto mai importante in un momento storico come quello contemporaneo, in cui la massificazione culturale – figlia soprattutto delle leggi di mercato – propende sempre più verso un’omologazione senza freni. La creazione di finti bisogni nelle unità individuali da parte del mercato, ha ormai implicazioni ben visibili anche nel mondo dell’arte (si parla, per esempio, di industria musicale e di industria cinematografica).
È proprio in questi scenari che Slow Food sta maturando una particolare attenzione verso i linguaggi artistici, tentando realizzare quella particolare “visione olistica”, auspicata dal Presidente Carlo Petrini.

Necessità e urgenza di una riflessione sul rapporto tra Slow Food e l’arte
Il mercato e le sue leggi, dettate dal sistema produttivo imposto dal modello capitalista, hanno influenzato le nostre vite attraverso la creazione – induzione – di finti bisogni. Tale distorsione, ben prevista da P. P. Pasolini già dagli anni Sessanta, viene a manifestarsi in ogni ambito sociale, influenzando non solo le nostre abitudini commerciali, ma anche, e più terribilmente, i nostri comportamenti e il nostro linguaggio. Il livellamento sociale a cui mira ogni attore del sistema produttivo per incrementare i suoi profitti, attraverso la creazione ad hoc di modelli di vario genere da inseguire e possedere, è nel nostro Paese più che tangibile: da quelle legate all’abbigliamento a quelle alimentari, dalla rincorsa verso l’ultimo ritrovato high tech all’acquisto del biglietto per assistere allo spettacolo dell’“artista” propinato dai tanti talent scout show trasmessi in tv.

La situazione in cui versa l’arte oggi nel nostro bel Paese, non è delle più positive. Parlavo, giorni fa, con Luca Bergia, fondatore della band Marlene Kuntz, a tal proposito. Nel discorso dai noi affrontato, mi ha colpito particolarmente un suo commento: «È possibile che noi, i Marlene Kuntz, rappresentiamo ancora, con gli Afterhours, i vertici dell’avanguardia musicale indipendente italiana? Abbiamo più di quarant’anni e siamo ancora noi i modelli da seguire, da imitare? Perché non vediamo emergere band di ragazzi ventenni? Com’è possibile che non ci sia ancora un ricambio generazionale?». Se ci domandassimo quanti sono i giovani artisti di fama che conosciamo – ovviamente non mi riferisco ai concorrenti di trasmissioni televisive come “Amici” o “X Factor” – cosa risponderemo? La risposta sarà: nessuno.
La nostra società ha demandato all’Accademia, nelle sue vesti di Università, di Conservatori, di Accademie dell’arte drammatica e figurativa, il compito di allevare le menti dei giovani, e allo Stato quello di promuovere l’arte. In Italia, in particolar modo, l’arte si regge quasi interamente sui finanziamenti pubblici. In altre parole, è lo Stato, e quindi la politica, che determinano le sorti dell’arte. Entrambi gli organismi, deputati alla formazione, al controllo e alla diffusione dell’arte, hanno tradito la propria missione. Da un lato, l’Accademia si discosta sempre più dalla realtà artistica presente sul territorio, arroccandosi su posizioni e metodi di ricerca obsoleti, omettendo nelle proprie analisi e studi tutti quei fenomeni artistici che non fanno parte di uno specifico disegno politico in parte da addurre anche a singole individualità; dall’altro, lo Stato, ha fatto sì che proliferassero figure di presunti organizzatori non esperti, spesso attingendo tra gli impiegati comunali stessi, che sono così costretti a improvvisarsi come “operatori culturali”.

È facile intuire quali possano essere le conseguenze di tali malcostumi: il detto “più sono sul palco e meno costano, meglio è”, è diventato quasi ovunque la regola da seguire. Il ruolo dell’arte, e dell’artista, è di fondamentale importanza per ogni cultura: l’artista, storicamente, è colui che ha il compito di osservare la realtà che lo circonda, di interiorizzarla, farla propria, offrendo poi, con il linguaggio che più gli è consono, la sua particolare visione della stessa. L’arte, simbolicamente parlando, non è altro che un termometro sociale. Nel momento in cui gli artisti sono costretti a confrontarsi con i meccanismi produttivi propri del più perfetto disegno industriale, sono obbligati a realizzare prodotti – e non più opere d’arte – destinate a essere vendute alle grandi masse, e sono portati a ragionare in termini di profitto, si uccide l’arte. Quanto sta accadendo all’arte contemporanea è emblematico: la maggior parte delle opere realizzate negli ultimi anni risultano incomprensibili ai più e prive di un apparente significato; questo, non avviene esclusivamente per mancanza di particolari strumenti cognitivi nello spettatore, ma perché tali opere sono la sintesi, la raffigurazione simbolica dell’impoverimento socio-culturale che viviamo. L’arte si svuota sempre più di significati, assumendo la forma di un perfetto surrogato appositamente confezionato per un unico scopo: il mercato. Quest’ultimo, inoltre, ha contaminato l’equilibrio del momento creativo, dettando i tempi di realizzazione dell’opera d’arte stessa: il musicista, per esempio, firma contratti discografici per realizzare X album in X tempo; stessa condizione per gli scrittori e per i registi. La creazione di un’opera ha bisogno di tempi endemici lunghi, il più possibile dilatati, lenti. L’opposizione delle categorie “veloce” e “lento”, come si può facilmente intuire, anche in questo particolare ambito è determinante.

Slow Food da tempo, sia a livello nazionale, nelle sue manifestazioni di punta, sia a livello locale, nelle tantissime iniziative messe in atto dalle singole condotte, affianca alle proposte eco-enograstronomiche momenti dedicati all’arte. È giunto il momento di affrontare in modo sistematico la riflessione sui rapporti tra la nostra associazione e l’arte, non focalizzando l’attenzione esclusivamente sulla musica e, nello specifico, sulla folk music.
Un errore, forse il più grave, commesso dal movimento del cosiddetto folk revival italiano, è stato quello di guardare alle culture arcaiche, e più specificatamente alla “civiltà contadina”, per citare Diego Carpitella, come fossero luoghi privilegiati, refrattari a qualsiasi tipo di contaminazione culturale e, quindi, portatori sani di valori autentici e originali. L’arroccarsi su torri d’avorio che guardano al “piccolo mondo antico” come modello esclusivo, attraverso lo speciale filtro sensibile al mito del “buon selvaggio” è, a mio avviso, controproducente nel momento in cui si ritiene che le culture tradizionali, antropologicamente parlando, possano esimersi da qualsiasi forma di contaminazione e influenze esterne. In un contesto specifico, poi, come quello italiano, autentico mosaico culturale le cui radici affondano nella notte dei tempi, ogni enclave culturale racchiude nei suoi tratti distintivi elementi che sono il frutto di sintesi, di mediazioni culturali avute con culture a essa limitrofe, non possiamo credere che la tradizione sia “immobile” e “immutabile”. La parola stessa è sufficientemente esplicativa a riguardo: la “tradizione”, intesa come trasmissione di qualcosa da persona a persona, cioé come fenomeno sociale che non si esaurisce nello spazio temporale di una generazione, ma che viene perpetuato volontariamente o involontariamente nel tempo, di padre in figlio, è un processo in continuo divenire.

In quest’ottica, è opportuno osservare i fenomeni culturali tradizionali come veri e propri “organismi viventi”, che si evolvono nel tempo, cambiano rotta e, a volte, muoiono. Ragionare in termini “evolutivi” sulla cultura, ci impone di rispettare il percorso e/o decorso naturale delle culture tradizionali. Questo non vuol dire che ogni cultura è destinata, col tempo, a estinguersi; piuttosto accettare l’idea di cambiamenti anche radicali della stessa. Possiamo augurarci che i rituali musicali consumati da decenni presso il Santuario della Madonna di Polsi, in Calabria, restino immutati per sempre, ma questo sarebbe un desiderio scorretto e narcisistico. L’approccio “conservativo” a cui si affidano determinati addetti ai lavori nell’affrontare questi delicati temi, è scientificamente scorretto e fuorviante, per non dire necrofilo. Il mio suggerimento è, quindi, di guardare anche oltre la riproposta della musica di tradizione, cioè verso quelle rotte indicate dalle tante formazioni che si occupano anche di reinvenzione.

Se il mercato ci impone di confrontarci sui temi legati alla riproposta di materiali musicali tradizionali, non necessariamente noi dobbiamo aderire anche alle metodologie operative che esso ci propone – per non dire ci propina. Se Slow Food da sempre si occupa di individuare, per esempio attraverso i Presidi, determinati prodotti agricoli come il Pistacchio di Bronte, selezionandolo, catalogandolo e attribuendo a esso determinate caratteristiche che lo identificano in modo univoco, e decide di salvaguardare la sua coltura, lo fa in contro tendenza rispetto alle regole del mercato che lo vorrebbe coltivato in serie ovunque, magari con l’ausilio di pesticidi e fertilizzanti chimici, e distribuendolo a prezzi vantaggiosi in ogni angolo del pianeta. Individuare, quindi, un decalogo comportamentale per una coltura è possibile, ma operare con le stesse metodologie sull’arte è impensabile, non fosse altro per la differenza endemica dei soggetti interessati dall’indagine: il primo, l’opera d’arte, è un bene materiale e/o immateriale dal forte contenuto simbolico, il secondo, il pistacchio, è un bene materiale, frutto della terra e del lavoro dell’uomo.

È di fondamentale importanza, quindi, che ci si adoperi, e al più presto, per la stesura di un documento comune d’azione in materia d’arte, che sia in grado di osservare il fenomeno artistico, dal momento creativo dell’artista sino al momento della fruizione dell’opera d’arte da parte del pubblico, transitando attraverso il complesso sistema legato alla sua comunicazione e distribuzione, non dimenticando l’obiettivo principale: dare vita a un sistema virtuoso autosufficiente in grado di porsi come alternativa concreta al modello culturale di massa proposto. Così come Slow Food è riuscita negli anni a realizzare questo disegno in ambito eco-enogastronomico, sono convinto che sarà in grado di affrontare anche questa nuova sfida.


Raffaele Pinelli è consulente artistico nazionale per Slow Food Italia
 
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