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Quando il cibo globale porta alla pazzia
21/01/2008 - Sloweb
Un articolo surreale (ma l’autore si prende molto sul serio) di Joel Stein contro il cibo locale è apparso giorni fa sul Time.
Non si tratta di un’analisi condotta con dati alla mano, ipotesi avanzate e tesi da dimostrare; semplicemente Stein si limita a sfottere coloro che cercano di mangiare solo cibo prodotto nelle vicinanze, definendoli eco-chic e ritendendo i farmers’ market «un’idiozia antiglobalizzazione».

L’arguto giornalista non prende nemmeno in considerazione il fatto che per trasportare generi alimentari da un capo all’altro del mondo, o per farli crescere in serra, si usano combustibili fossili che contribuiscono a surriscaldare il pianeta (un prodotto proveniente dal Brasile percorre oltre 5400 miglia per raggiungere Londra e produce circa 1585 chili di CO2 se viaggia in aereo).

E così quel rivoluzionario di Stein decide di prepararsi una cena con ingredienti che abbiano almeno percorso 3000 miglia da dove vive (Los Angeles): olive greche, salmone dalla Scozia, brie francese, asparagi peruviani, agnello neozelandese… ignorando diligentemente tutto ciò che viene prodotto in California.
A questo punto ringraziamo il giornalista per averci mostrato come con una semplice cena si possa mandare al diavolo ogni regola di sostenibilità e, dopotutto, anche di buon senso.

Ma Stein dà il meglio di sé quando si lancia in considerazioni sociali e di geografia antropologica e afferma che mangiare tapas alla Bouqueria di Barcellona (luogo unico al mondo) è semplicemente una versione più fortunata del sedersi a un tavolo al McDonald’s (luogo replicato infinitamente in tutto il pianeta, sempre uguale con menù fotocopia).

La vera perla sta però nell’ultima riga: Stein dice che comprare cibo estero è l’unico modo in cui gli americani imparano a conoscere gli altri Paesi, guerre a parte. Se pensate che non si possa arrivare a tanto, cliccando qui si arriva all’articolo…

Fonte :
Blogeko.info
Time.com

 
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